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Annina II e la pesca del corallo a Carloforte.

Immagine del redattore: Gianluca Perdisci
Gianluca Perdisci
8 ott
Tempo di lettura: 4 min

Nel XVI secolo, uomini originari di Pegli, nel territorio di Genova, si trasferirono sull'isola di Tabarka, al largo della costa tunisina. Per generazioni vissero di pesca del corallo e di commerci, costruendo una comunità profondamente legata al mare.

Il corallo rappresentava ricchezza, ma anche fatica, rischio e conoscenza.

Quando i banchi corallini di Tabarka iniziarono a impoverirsi e la situazione politica divenne sempre più difficile, i Tabarchini cercarono un nuovo luogo dove poter continuare la propria vita di mare.


Mappa vintage del Mediterraneo che mostra le navi che navigano da Tabarka, Tunisia a Carloforte, Sardegna, etichettate Mar Mediterraneo
Mappa viaggio da Tabarka a Carloforte, Sardegna.

Nel 1738 arrivarono sull'allora disabitata isola di San Pietro, in Sardegna. Qui fondarono Carloforte, dando vita a una comunità che ancora oggi conserva la lingua, le tradizioni e l'anima ligure-tabarchina dei suoi antenati.

Non arrivarono soltanto persone.

Arrivarono mestieri, barche, attrezzi, conoscenze e una cultura del mare costruita in quasi due secoli di vita a Tabarka.

Tra queste tradizioni c'era anche la pesca del corallo.


L'ingegno: un antico modo di pescare il corallo


Per secoli, la pesca del corallo venne praticata con un attrezzo chiamato ingegno.

Era una struttura di legno a forma di croce, appesantita da una zavorra e munita di reti. Calato sul fondo del mare, veniva trascinato sulle rocce dove cresceva il corallo, permettendo ai pescatori di recuperare i rami rimasti impigliati nelle reti.

Era un sistema semplice soltanto in apparenza.


Illustrazione di ingegni da pesca del corallo, pesi e reti in legno.
Tipi di ingegno per la pesca del corallo rosso in Sardegna.

Dietro quell'attrezzo c'erano la conoscenza dei fondali, la capacità di leggere il vento e le correnti, l'esperienza del comandante e il coraggio degli uomini che lavoravano in mare.

A Carloforte la pesca del corallo diventò una delle attività che caratterizzarono la vita economica dell'isola. I banchi corallini dell'arcipelago sulcitano erano conosciuti e sfruttati dai pescatori carlofortini, che si spingevano anche a notevoli profondità.


Era un lavoro duro, un lavoro che iniziava prima dell'alba e che affidava alla barca, al mare e all'esperienza degli uomini il destino di un'intera giornata.


E poi arrivò Annina


Molti anni dopo quella grande storia, nel cuore di Carloforte, un maestro d'ascia costruì una barca destinata a diventare parte della storia della pesca della Sardegna.

Era il 1969: il maestro d'ascia Francesco Biggio aveva ricevuto dal pescatore Salvatore Gulmanelli di Bosa l'incarico di costruire una barca robusta, elegante e capace di affrontare il Mediterraneo.


Foto della barca Annina II, ormeggiata a Bosa, in Sardegna. In attività per la pesca del corallo.
Annina II a Bosa, Sardegna.

Nacque così Annina II, una tipica bilancella carlofortina a vela latina, lunga quasi dieci metri, costruita nel legno secondo l'antica tradizione dei maestri d'ascia di Carloforte.

Annina non nacque per fare turismo, nacque per lavorare.

Per anni solcò il mare come barca da pesca, affrontando il vento, le onde e le giornate difficili che fanno parte della vita di ogni pescatore.

Il suo legame con Bosa e con la grande tradizione della pesca sarda racconta un altro capitolo di quella stessa storia che, secoli prima, aveva portato i Tabarchini da Tabarka a San Pietro.


Quando l'antico ingegno scomparve


La storia della pesca del corallo arrivò però a un punto di svolta.

L'antico sistema dell'ingegno, utilizzato per generazioni, venne progressivamente abbandonato e infine vietato dalla normativa regionale. Nel 1989 la Sardegna stabilì il divieto dell'uso dell'ingegno e della croce di Sant'Andrea per la pesca del corallo, segnando la fine di una tecnica antica che aveva accompagnato generazioni di pescatori.

Per barche come Annina significò la fine di un mestiere.

Ma non la fine della loro storia. Perché una barca da pesca non è soltanto legno, chiodi, vele e motore. È la somma delle mani che l'hanno costruita, degli uomini che l'hanno condotta e dei mari che ha attraversato.


Oggi Annina torna a raccontare


Nel 2016 Annina II è stata recuperata quando si trovava a Bosa in condizioni di degrado, salvandola dalla demolizione. È stata restaurata e riportata nuovamente sul mare.

Oggi naviga nuovamente nelle acque delle isole di San Pietro e Sant'Antioco.

Non va più alla ricerca del corallo.

Porta però con sé qualcosa di molto più prezioso: la memoria di chi, prima di noi, viveva il mare per mestiere.


La barca Annina II in escursione giornaliera lungo le meravigliose coste dell'isola di San Pietro, Carloforte, Sardegna.
Annina II in escursione lunghe le coste dell'isola di San Pietro, Carloforte, Sardegna.

Quando saliamo a bordo di Annina II, quindi, non saliamo semplicemente su una vecchia barca. Saliamo su un pezzo della storia marinara di Carloforte.

Una storia che comincia lontano, sulle coste di Tabarka, passa attraverso la fondazione di Carloforte nel 1738, attraversa generazioni di pescatori e arriva fino a noi.

E forse è proprio questo il significato più bello di una barca tradizionale.

Continuare a navigare, anche quando il mestiere per cui è nata non esiste più.

Annina oggi porta turisti, amici e viaggiatori alla scoperta delle coste di Carloforte e dell'isola di San Pietro.


Ma sotto la sua vela latina, quando il vento entra e lo scafo comincia a muoversi sull'acqua, sembra quasi di poter sentire ancora le voci dei pescatori.

Le voci di uomini che conoscevano il mare centimetro dopo centimetro.

Le voci dei Tabarchini che arrivarono da lontano.

Le voci di Carloforte.

E il mare, che quella storia non l'ha mai dimenticata.

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